Libri per pensare: J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse. (Parte IV)
Il disagio di dover scegliere quando manca una direzione
Nella terza parte abbiamo evidenziato come, secondo Ortega y Gasset, la vita possa essere paragonata a un repertorio inesauribile di possibilità. Essa appare prolifica ed esuberante, rigogliosa di nuove alternative e connessioni. Tuttavia, questo inesauribile slancio vitale contrasta con un progressivo indebolimento degli ideali e dei criteri capaci di orientare le nostre esistenze e sostenere le nostre scelte. Un indebolimento che appare ancora più paradossale se lo collochiamo all’interno di un’idea di futuro dominata dalla tecnologia, che prometteva allora, come oggi, un benessere e una comodità sempre maggiori.
Ma allora, che cos’è la vita? Secondo Ortega, è un connubio tra circostanze e decisioni. Oggi, forse più che in qualsiasi altro periodo del passato, possiamo scegliere all’interno di un contesto che si è enormemente dilatato. Vivere significa ancora «effettuare una scelta; sentirsi fatalmente costretti a esercitare la libertà, decidere ciò che dobbiamo essere in questo mondo»
Tuttavia, proprio l’obbligo della decisione può metterci a disagio: ci impone una libertà che forse non avremmo voluto possedere in una forma tanto estesa. Esercitare una libertà di scelta così ampia significa essere continuamente chiamati a prendere posizione. Le molte possibilità che si aprono di fronte a ogni scelta possono allora disorientare, perché ci collocano in una zona nella quale dobbiamo decidere da che parte vogliamo stare e che cosa vogliamo diventare. Tutto ciò non agevola necessariamente la scelta ma, al contrario, può accrescere il disorientamento.
È proprio a partire da questo punto che il pensiero di Ortega mi sembra particolarmente utile per comprendere alcuni aspetti della nostra condizione contemporanea. La libertà può trasformarsi in una strutturale incapacità di agire. Paradossalmente, poter scegliere può diventare fonte di smarrimento, soprattutto quando non sappiamo davvero che cosa vogliamo. È allora che può emergere una condizione di disagio, tanto più intensa quanto più vengono meno ideali, prospettive o criteri capaci di orientare le nostre decisioni.
In assenza di una direzione, l’esistenza può progressivamente ripiegarsi su una quotidianità concentrata sul soddisfacimento delle esigenze immediate. Vengono meno quegli ideali capaci di sospingere la vita verso dimensioni più ricche e dotate di senso.
È anche in questa prospettiva che possiamo riprendere la figura dell’uomo-massa: l’uomo la cui vita manca di un programma, che procede alla deriva e non costruisce realmente nulla, sebbene, rispetto al passato, le sue possibilità e i suoi poteri siano diventati immensi. Quando la vita non è guidata da una visione o da uno scopo superiore, finisce per contrarsi sul piano del presente immediato. Portando questa riflessione nel nostro tempo, potremmo dire che l’uomo contemporaneo tende a vivere in modo reattivo: risponde agli stimoli del momento, alle mode, alle emozioni passeggere e alle circostanze immediate e concrete.
Questa diminuzione della spinta verso una dimensione progettuale più ricca e piena può essere ricondotta anche all’abbondanza nella quale, per la prima volta nella storia, ci troviamo oggi a vivere e che Ortega aveva già intravisto profilarsi all’orizzonte quando, negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, scriveva il suo saggio. Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Il benessere materiale e il progresso tecnologico, anziché tradursi automaticamente in una maggiore capacità di orientamento, sembrano essersi accompagnati a una sorta di impotenza morale e a un indebolimento dello spirito. È come se avessimo smarrito lo scopo verso cui dirigere le nostre vite.
Più cresce ciò che possiamo fare, meno appare evidente ciò che vale la pena fare. Più si amplia il campo delle possibilità, più incerta diventa la nostra condizione e più stringente si fa la necessità di disporre di criteri capaci di orientarci.
Da questo punto di vista, la difficoltà di costruire un progetto di vita serio e responsabile può essere considerata uno dei segni più profondi del disagio contemporaneo. Costruire un programma significa stabilire priorità, rinunciare ad alcune possibilità per privilegiarne altre, accettare sforzo, disciplina e continuità. Significa, soprattutto, riconoscere che non tutto ciò che è possibile possiede lo stesso valore.
Quando vengono meno un ideale, un principio orientativo o un imperativo etico, la volontà rischia invece di paralizzarsi e disperdersi. L’uomo può allora lasciarsi trasportare dalla corrente, non perché gli manchino possibilità, ma proprio perché ne possiede troppe e non dispone più di criteri sufficientemente solidi per decidere quali meritino di diventare parte della propria vita.
James Ensor, Beached Sailing Boat with Figures, 1876
Per riflettere
Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.
(Parte IV)
Bibliografia:
Jose Ortega Y Gasset, La ribellione delle masse, Se Edizioni