Hannah Arendt e la banalità del male
Quando Hannah Arendt arriva a Gerusalemme nel 1961, inviata dal New Yorker per seguire il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista si trova di fronte a un uomo ben diverso dall'immagine del criminale spietato e demoniaco che potremmo aspettarci. Eichmann appare come un uomo comune, di «statura media, magro, con un'incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi». Un ritratto terribilmente umano: quello di un uomo visibilmente teso, che cerca di non perdere il controllo di sé. Da quell'incontro nasce la riflessione che darà il titolo al suo celebre libro del 1963, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme.
Che cosa intende Arendt con il termine «banale»?
Certamente non un male lieve o insignificante. La banalità riguarda piuttosto l'assenza di quella dimensione demoniaca che ci aspetteremmo di riconoscere in un criminale responsabile di azioni tanto atroci. Un male che può manifestarsi attraverso persone apparentemente ordinarie, incapaci di interrogarsi criticamente sul significato e sulle conseguenze delle proprie azioni. Se il male fosse opera di creature radicalmente diverse da noi, potremmo in qualche modo tranquillizzarci: apparterrebbe a un mondo estraneo, popolato da esseri le cui azioni ci risultano incomprensibili. Anche di fronte a un individuo apertamente aggressivo, violento e intollerante, ci sembrerebbe più facile riconoscere il male e prenderne le distanze. Ma quando il male si presenta nelle vesti di una persona dimessa e ordinaria, capace di condurre una vita apparentemente normale, fatta anche di relazioni e affetti familiari, le nostre certezze vacillano. Come può un uomo dall'aspetto così comune aver contribuito a crimini tanto disumani?
Nell'opera Le origini del totalitarismo (1951), Arendt si era già confrontata con il problema del male, utilizzando l'espressione «male radicale» per descrivere ciò che i campi di concentramento e di sterminio nazisti avevano rivelato al mondo. L'espressione è kantiana, ma Arendt la riprende attribuendole un significato nuovo. Per Kant, il male radicale consiste nella tendenza della volontà umana a subordinare la legge morale all'amor proprio e ai propri interessi. Si tratta di una disposizione profondamente radicata nell'essere umano, che può condurlo ad anteporre il proprio tornaconto a ciò che riconosce come moralmente giusto.
L'uomo, infatti, è capace di riconoscere la legge morale attraverso la propria ragione. Tuttavia, può scegliere di non assumerla come principio guida delle proprie azioni, attribuendo maggiore importanza ai desideri e agli interessi personali. Il male nasce dunque da un sovvertimento dell'ordine dei moventi che orientano le nostre scelte. Invece di subordinare l'interesse personale al dovere morale, invertiamo questa gerarchia e facciamo dipendere il rispetto della legge morale dalla nostra convenienza.
È questo il significato profondo dell'aggettivo «radicale»: il male non è un semplice errore occasionale o un vizio superficiale, ma riguarda la radice stessa dei principi attraverso i quali orientiamo la nostra volontà. Per Kant, tuttavia, questa inclinazione non cancella la nostra capacità di riconoscere il dovere. La legge morale continua a presentarsi alla ragione come un principio valido universalmente, anche quando scegliamo di non seguirla.
Spesso, inoltre, il conflitto tra il dovere e l'interesse personale viene attenuato attraverso una forma di autoinganno morale. Ci raccontiamo che «lo facciamo solo questa volta», oppure che «in questo caso le circostanze lo giustificano». Cerchiamo così di rendere accettabile ai nostri occhi una scelta che altrimenti potrebbe apparirci contraria al dovere. Il male, nella prospettiva kantiana, rimane quindi strettamente legato alla libertà e alla responsabilità morale dell'individuo: alla possibilità di riconoscere ciò che è giusto e, tuttavia, di attribuire maggiore importanza ai propri interessi.
In Le origini del totalitarismo, Arendt si spinge oltre questa concezione. Il male che si manifesta nei campi di concentramento e di sterminio non le appare più pienamente interpretabile attraverso le categorie etiche tradizionali. Non si tratta soltanto di individui che antepongono il proprio interesse alla legge morale, ma di un sistema che mira a rendere gli esseri umani superflui, privandoli della loro individualità, della libertà e della capacità di agire. È di fronte a questa forma inedita di disumanizzazione che Arendt avverte la necessità di ripensare il significato stesso del male.
Pieter Bruegel il Vecchio, Caduta degli angeli ribelli (in olandese: Val van de opstandige engelen), 1562
Per riflettere
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Bibliografia:
Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità
Immanuel Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, Feltrinelli