Filosofia e vita quotidiana: Marco Aurelio e l’arte di custodire se stessi. (Parte III)
L’ordine dell’anima
Il principio direttivo che ci governa, scrive Marco Aurelio in una delle sue immagini più suggestive, è simile a una vivida fiamma: non subisce ciò che le viene gettato contro, ma se ne appropria, lo trasforma in alimento e ne trae nuovo vigore. Come il fuoco, questo principio interiore ci permette di adattarci a ogni ostacolo e a ogni eventualità, disponendosi prontamente alle diverse situazioni. Ed è proprio per questo che la ricerca di luoghi ameni, di ritiri solitari in cui finalmente “ritrovare se stessi”, si rivela, per Marco Aurelio, superflua: non esiste rifugio geografico paragonabile al ritiro interiore. Nessun luogo è più quieto dell’anima quando è in ordine con se stessa, perché la serenità, in fondo, non è altro che questo: ordine interiore. (Pensieri, IV, 1 - 3)
Come si mantiene questo ordine? Ricordando, innanzitutto, che le cose esteriori non possono toccare l’anima, perché appartengono a un ordine impersonale ed esterno: sono immerse nel flusso generale della vita, ma non appartengono alla nostra interiorità. Questo non significa che il dolore, la perdita o l’ingiustizia non ci colpiscano, ma che non possiedono, di per sé, il potere di determinare il nostro giudizio e la nostra condotta morale: è nel modo in cui li interpretiamo e vi rispondiamo che si gioca la nostra libertà interiore. Guardarle “come essere umano, come creatura mortale” significa allora restituirle alla loro giusta proporzione, ricollocarle sotto una luce ragionevole anziché sotto quella, deformante, delle nostre paure. Ogni turbamento, infatti, nasce in ultima analisi non dalle cose, ma dall’opinione che ce ne formiamo: sono i nostri giudizi a proiettare ombre fantastiche su una realtà già di per sé vulnerabile ed effimera, votata al mutamento continuo. E questo fluire riguarda tanto le cose esterne quanto — ed è forse la scoperta più inquietante — le nostre stesse rappresentazioni di esse.
L’immagine che meglio riassume questo atteggiamento è quella dello scoglio, che ritorna più volte nei Pensieri: circondato dal ribollire incessante delle onde, resta fermo, saldo, impassibile (Pensieri, IV, 49). Le circostanze esterne — si chiede Marco Aurelio — possono davvero impedirci di essere giusti, prudenti, sinceri, liberi? La risposta implicita percorre l’intera opera: no, perché queste qualità dipendono da noi, non dagli eventi. Da qui il rigore morale e l’imperturbabilità che Marco Aurelio persegue non come freddezza, ma come equilibrio: non lasciarsi trascinare dall’oscillazione degli eventi e riconoscere che ogni cosa occupa il proprio posto nell’ordine del tutto. Ed è per questo — conclude, in una delle sue formule più icastiche — che l’uomo non dovrebbe attribuire peso a nulla che non gli sia utile in quanto uomo: un criterio semplice, capace di ricondurre ogni giorno all’essenziale.
Custodire il demone significa, prima di tutto, proteggere la ragione da ciò che le è estraneo. Se il daimon rappresenta quella presenza del divino che, nella prospettiva stoica, abita nell’essere umano, custodirlo significa impedire che il dolore fisico, l’ingiustizia subita o la paura della morte arrivino a corrompere la nostra capacità di pensare con rettitudine e di agire con giustizia.
A questo principio se ne affianca un secondo, altrettanto rigoroso: il valore assoluto del presente. Il passato non ci appartiene più; il futuro non ci appartiene ancora: è un territorio incerto, sospeso, che nessuna previsione può davvero possedere (Pensieri, II, 14). Ancorarsi al presente non è dunque un invito edonistico a godere dell’istante, ma la conseguenza logica di una constatazione: se la vita è breve e la fama presso gli uomini — destinati anch’essi a scomparire in un tempo altrettanto breve — è un’illusione, allora l’unico terreno solido sul quale possiamo davvero agire è quello che abbiamo sotto i piedi in questo momento.
Pieter Claesz, Vanitas-Stilleben, Natura morta, (1634)
Ogni turbamento, infatti, nasce in ultima analisi non dalle cose, ma dall’opinione che ce ne formiamo: sono i nostri giudizi a proiettare ombre fantastiche su una realtà già di per sé vulnerabile ed effimera, votata al mutamento continuo.
Per riflettere
Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.
(Parte III)
Bibliografia:
Marco Aurelio, Pensieri, Mondadori