Filosofia e vita quotidiana: Marco Aurelio e l’arte di custodire se stessi. (Parte II)
La filosofia come arte del vivere
Rispettare se stessi, allora, significa prima di tutto questo: non delegare ad altri la custodia del proprio daimon. Significa trattare il tempo non come una scorta infinita, ma come la materia stessa di cui è fatta la nostra esistenza. Significa decidere quale tipo di uomo o donna vogliamo diventare nel tempo che ci è stato concesso.
«Quand’anche tu vivessi tremila anni, e altrettante decine di migliaia di anni, tieni comunque a mente che nessuno perde altra vita se non quella che sta vivendo, né vive altra vita se non quella che sta perdendo.» (Pensieri, II, 14)
Nel fluire continuo del tempo, molte sono le forme della precarietà umana: il corpo è un fiume che si corrompe, la percezione è ingannevole, il destino imprevedibile, la fama destinata all’oblio. (Pensieri, II, 17) Di fronte a un mondo che muta senza sosta, esiste tuttavia qualcosa che non appartiene interamente a questo flusso esterno: il principio razionale interiore.
La filosofia è lo strumento che permette di distogliere l’attenzione da ciò che non dipende da noi per ricondurla a ciò che davvero ci appartiene. Intesa non come disciplina accademica, ma come pratica di vita, diventa così una via per restare fedeli a noi stessi anche quando tutto ciò che ci circonda è destinato a mutare e, infine, a dissolversi.
Per Marco Aurelio, infatti, la filosofia non consiste nella costruzione di sistemi metafisici, ma in una pratica interiore da esercitare ogni giorno. Questa pratica può essere ricondotta a tre grandi ambiti, tra loro strettamente connessi: il modo in cui giudichiamo ciò che accade, il modo in cui orientiamo i nostri desideri e il modo in cui agiamo.
La prima disciplina riguarda il giudizio e può essere messa in relazione con la logica: consiste nell’imparare a vedere gli eventi per ciò che sono, distinguendo i fatti dalle opinioni e dalle interpretazioni che vi sovrapponiamo. Significa non lasciarsi trascinare dalle apparenze, dalle reazioni immediate o da giudizi formulati troppo in fretta.
La seconda riguarda il desiderio e richiama il rapporto con la natura e con l’ordine delle cose: consiste nel riconoscere ciò che dipende da noi e ciò che, invece, sfugge al nostro controllo, orientando desideri e avversioni verso ciò su cui possiamo realmente agire. Significa, allo stesso tempo, imparare ad accogliere ciò che accade senza pretendere che la realtà si conformi sempre alle nostre aspettative.
La terza disciplina riguarda l’azione e si avvicina alla dimensione etica: consiste nell’agire in modo giusto, razionale e coerente, tenendo conto non soltanto del proprio interesse, ma anche della comunità umana di cui siamo parte.
Giudicare con lucidità, desiderare con misura e agire con giustizia diventano così tre aspetti di un unico esercizio: imparare a governare ciò che dipende da noi senza disperdere energie nel tentativo di controllare ciò che non ci appartiene.
Pieter Claesz, Vanitas-Stilleben mit Selbstbildnis, Natura morta con autoritratto, (1628)
Nel fluire continuo del tempo, molte sono le forme della precarietà umana: il corpo è un fiume che si corrompe, la percezione è ingannevole, il destino imprevedibile, la fama destinata all’oblio.
Per riflettere
Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.
(Parte II)
Bibliografia:
Marco Aurelio, Pensieri, Mondadori