Libri per pensare: L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. (Parte II)

Esiste una scelta libera e consapevole?

La riflessione di Herbert Marcuse sulla società tecnologica avanzata ci consegna una domanda ancora attuale: quanto siamo davvero liberi, se i nostri desideri, le nostre aspirazioni e perfino le nostre forme di benessere sono in parte modellati dal contesto in cui viviamo? È qui che si apre, per la consulenza filosofica, uno spazio di lavoro essenziale. Recuperare la capacità di interrogarsi sulle proprie aspettative e di chiedersi quali desideri siano autenticamente propri e quali, invece, siano stati silenziosamente installati dall’esterno non è un semplice esercizio intellettuale. È un atto di restituzione a se stessi. È il primo passo verso una libertà più piena e consapevole.

La libertà dal bisogno — quella conquista straordinaria che la civiltà tecnologica ha reso possibile nelle società occidentali — si rivela essere, al tempo stesso, ciò che ostacola il dispiegarsi di una libertà più profonda: quella del pensiero critico, dell’opposizione autentica, dell’autonomia interiore. Come se la liberazione dalle catene materiali avesse, nel tempo, ammorbidito la prerogativa umana di interrogarsi e, di conseguenza, di resistere o dissentire.

Marcuse è esplicito: in una società libera dal bisogno, con standard di vita progressivamente più elevati, si diventa inevitabilmente conformisti. Il benessere livella conducendo a una sorta di anestesia diffusa. La soddisfazione dei bisogni vitali, invece di liberare energia per aspirazioni più alte, sembra ottundere proprio quelle aspirazioni. Ci si integra nell’ordine costituito non perché lo si scelga consapevolmente, ma perché il sistema vigente nel quale siamo immersi è diventato, in qualche modo, confortevole, familiare, rassicurante. La tranquillità che ne deriva è ovattata, priva di attrito: in essa ci si nasconde, senza riconoscersi realmente, e anche il desiderio di elevarsi, di spingersi oltre, di essere qualcosa di più, viene ammansito.

Disegno preparatorio dell'opera "Il sonno della ragione genera mostri" di Francisco Goya simbolo dell'anestesia del pensiero critico nella consulenza filosofica.

Francisco Goya, El sueño (dibujo preparatorio, 1797). Dibujo preparatorio para «El sueño de la razón produce monstruos.

Ci si integra nell’ordine costituito non perché lo si scelga consapevolmente, ma perché il sistema vigente nel quale siamo immersi è diventato, in qualche modo, confortevole, familiare, rassicurante. La tranquillità che ne deriva è ovattata, priva di attrito: in essa ci si nasconde, senza riconoscersi realmente, e anche il desiderio di elevarsi, di spingersi oltre, di essere qualcosa di più, viene ammansito.

È a questo punto che Marcuse compie il passo più radicale della sua analisi: l’idea di libertà viene capovolta. Se è la società a determinare che cosa può essere scelto, se il ventaglio delle opzioni disponibili è già stato predisposto da un sistema che ha i propri interessi e la propria logica, allora la preferenza che l’individuo esercita non è realmente libera. Non è una scelta autentica. È una scelta all’interno di un recinto, anche se di un recinto invisibile.

La domanda che Marcuse pone riguarda la possibilità stessa di una scelta libera e consapevole. Esiste davvero una libera scelta se essa avviene all’interno di un contesto che ha già deciso, a priori, che cosa debba essere scelto? L’uomo che sceglie in un contesto indottrinato è veramente libero di scegliere? E anche se crede di esserlo, anche se nessuno lo ha obbligato, anche se sembra avere davanti a sé un’ampia gamma di possibilità, è ancora libero?

L’omologazione del desiderio

Ed è proprio in questa distanza — tra la libertà che ci viene offerta e quella che potremmo realmente esercitare — che si apre lo spazio nel quale la consulenza filosofica può trovare la propria ragion d’essere. Interrogare i propri schemi di pensiero, portare alla luce le assunzioni implicite che orientano le nostre scelte, chiedersi se ciò che desideriamo sia davvero nostro: sono questioni che appartengono alla concretezza di ogni esistenza.

Se persino il desiderio è indotto, allora la libertà diventa un’illusione. Non una conquista, ma una trappola estremamente sofisticata. E questa trappola si fa ancora più stringente quando si considera ciò che Marcuse individua come uno degli esiti più inquietanti della civiltà industriale avanzata: l’omologazione del desiderio. Tutti vogliono le stesse cose. Tutti aspirano agli stessi modelli, agli stessi stili di vita, agli stessi oggetti. Trasversalmente alle classi sociali — ed è questa la vera novità storica — il desiderio si livella, si uniforma, diventa indistinto. Non perché gli esseri umani siano per natura conformisti, ma perché il sistema possiede una straordinaria capacità di produrre consenso, facendo coincidere il desiderio individuale con ciò che è funzionale all’ordine sociale. Quando i bisogni indotti vengono fatti propri dalla stragrande maggioranza della popolazione, ciò non dimostra che gli individui si autodeterminano: dimostra soltanto, scrive Marcuse, l’efficienza dei controlli.

È qui che emerge ciò che il filosofo definisce il carattere irrazionale della civiltà tecnologica. Un sistema capace di produrre benessere diffuso e consenso generalizzato appare, in superficie, perfettamente razionale. Ma la sua razionalità è posta al servizio di una logica che non è quella dell’essere umano, bensì quella del sistema stesso. E il prezzo pagato dall’individuo è altissimo: il riconoscimento di sé nelle cose che lo circondano — negli oggetti che possiede, nei ruoli che ricopre, nei consumi che pratica — finisce per soffocare e irrigidire la sua autentica capacità di espressione.

È a partire da questa analisi che la riflessione di Marcuse può essere riportata sul piano dell’esperienza individuale. Il paradosso diventa allora personale, interiore. Chi rifiuta di allinearsi — intellettualmente o emotivamente —, chi avverte un disagio che non sa nominare, chi sente che la soddisfazione offerta dal mondo in cui vive non lo riguarda rischia di essere considerato disturbato, inadatto, nevrotico. Il rifiuto di conformarsi può essere interpretato come una patologia. Si produce così un ulteriore livello di pressione: il sistema non si limita a offrire risposte già confezionate, ma suggerisce anche che il semplice fatto di non accontentarsi sia un problema individuale. È proprio di fronte a questo rischio che diventa necessario recuperare uno spazio interiore di libertà, Marcuse lo descrive come uno spazio privato, sottratto alla colonizzazione del contesto sociale, nel quale l’individuo possa tornare a essere se stesso. Ma questa intuizione non riguarda soltanto la teoria critica: interpella direttamente il modo in cui ciascuno interpreta il proprio disagio e costruisce la propria immagine di sé. Non si tratta di cercare un rifugio romantico nel mondo, ma di preservare la condizione necessaria per qualsiasi forma autentica di esistenza.

In assenza di questo spazio, si profila infatti una forma nuova e peculiare di alienazione: una condizione di estraneità nella quale gli individui si identificano con l’esistenza che viene loro consegnata, senza più avvertire lo scarto tra ciò che sono e ciò che potrebbero essere. Un’alienazione tanto più difficile da riconoscere quanto più si presenta come confortevole. Possiamo allora leggerla come una forma di intorpidimento del pensiero, che si adatta a un benessere fittizio capace di dissolvere e rendere evanescenti le nostre autentiche richieste di senso. Una sorta di adattamento forzato che ci anestetizza, riduce la nostra capacità di trascendere noi stessi e ci impedisce di immaginarci al di là dell’immagine stereotipata e inerte che ci viene proposta.

Per riflettere

Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.

(Parte II)

Bibliografia:

Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi

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