Libri per pensare: L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. (Parte III)
Il progressivo spegnersi dell’immaginazione
Se ci riflettiamo, questa forma di assopimento della coscienza critica comporta, in modo drammatico, anche un progressivo spegnersi dell’immaginazione. La capacità di sperimentare vie alternative, di scoprire nuovi significati, di cercare forme diverse di esistenza, di riconoscersi in qualcosa che la società non abbia già previsto e confezionato: tutto questo si atrofizza silenziosamente. Al suo posto subentra una coscienza intorpidita, rassegnata, che non sa più dove cercare perché non avverte più il bisogno di farlo.
I prodotti che ci circondano ci allettano, ci seducono e ci manipolano. In questo modo promuovono quella che Marcuse definisce una falsa coscienza: una rappresentazione ingannevole del mondo e di sé. Da essa scaturiscono le forme del pensiero a una dimensione che danno il titolo all’opera: un pensiero incapace di concepire alternative, che assume l’esistente come necessario e confonde ciò che è reale con tutto ciò che è possibile. In questo processo, la società ha compiuto una sorta di invasione silenziosa. Si è estesa fino allo spazio privato, erodendo dall’interno quella libertà interiore che dovrebbe costituire il luogo inviolabile dell’individuo.
Ma quello spazio non è più davvero nostro: è soggiogato da forze che non riconosciamo come esterne, perché le abbiamo interiorizzate; perché parlano con la nostra voce; perché i desideri che producono ci sembrano i nostri. È proprio qui che il dominio descritto da Marcuse rivela la sua natura più sottile: non si impone soltanto attraverso il divieto o la coercizione, ma agisce dall’interno, integrandosi nei bisogni, nelle abitudini e nelle aspirazioni individuali. La società industriale avanzata può assumere così, secondo Marcuse, un carattere totalitario, non perché coincida con i totalitarismi storici, ma perché tende a ridurre lo spazio stesso dell’opposizione e dell’alternativa.
Il risultato è una peculiare forma di identificazione: l’individuo si fonde con il tutto, con la società di cui è parte, fino a perdere il senso dello differenza tra sé e ciò che lo circonda. La realtà alienata si impone allora come l’unica realtà oggettiva e valida. Non esistono altre realtà possibili — o, meglio, non si riesce più a immaginarle. Si perde la capacità di sperimentare forme alternative di esistenza non perché siano proibite, ma perché sono diventate impensabili. Al loro posto si genera una nuova forma di realtà, costruita dal flusso continuo delle merci e delle informazioni, nel quale sono già inscritti atteggiamenti, reazioni e prescrizioni intellettuali ed emotive quasi automatiche.
È un flusso che non chiede di essere compreso, ma soltanto assorbito e che proprio nella sua apparente naturalezza, nella sua capacità di sembrare ovvio, nasconde l’effettiva portata della propria influenza. Riconoscere questo meccanismo richiede uno sforzo che la società stessa tende a scoraggiare. Richiede la capacità di fare un passo indietro, di osservare dall’esterno ciò in cui siamo immersi. Richiede, in una parola, il pensiero critico: quella stessa facoltà che il pensiero a una dimensione tende sistematicamente a rendere superflua.
Fernand Léger, Les Cylindres colorés, 1918
La capacità di sperimentare vie alternative, di scoprire nuovi significati, di cercare forme diverse di esistenza, di riconoscersi in qualcosa che la società non abbia già previsto e confezionato: tutto questo si atrofizza silenziosamente.
È in questo scenario che la consulenza filosofica rivela la sua pertinenza più profonda: non come lusso intellettuale, ma come necessità pratica. Se il problema descritto da Marcuse consiste in un impoverimento della capacità di pensare, di scegliere e di immaginare alternative, allora la risposta non può essere soltanto tecnica, né terapeutica nel senso ordinario del termine. Deve aprire uno spazio propriamente filosofico. La consulenza filosofica può essere intesa, in questo contesto, come uno spazio di riflessione che non mira a fornire soluzioni immediate o risposte predefinite. Può favorire un rallentamento, rendendo possibile portare alla luce le assunzioni implicite che orientano le nostre scelte e interrogarsi sull’origine dei bisogni che avvertiamo: quali nascano dalla nostra esperienza e quali, invece, siano stati modellati dal contesto sociale in cui viviamo. La domanda può così essere mantenuta aperta, senza essere ricondotta troppo rapidamente a una risposta già disponibile.
Recuperare il pensiero critico non significa rifiutare il mondo in cui viviamo, ma provare a osservarlo con maggiore distanza: distinguere, valutare e riconoscere la possibilità di scegliere. Significa preservare quello spazio interiore che, nella riflessione di Marcuse, costituisce una delle condizioni della libertà. Un simile esercizio può svolgersi individualmente oppure attraverso il confronto con un interlocutore. In entrambi i casi, gli strumenti della filosofia possono contribuire a rendere più consapevoli le domande attraverso cui interpretiamo noi stessi e la realtà che ci circonda.
Per riflettere
Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.
(Parte III)
Bibliografia:
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi