Libri per pensare: L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. (Parte I)

L’uomo a una dimensione

Nel primo capitolo de L’uomo a una dimensione, pubblicato nel 1964 e intitolato Le nuove forme di controllo, Herbert Marcuse affronta quella che considera una delle contraddizioni più profonde e inquietanti della modernità: le società tecnologicamente avanzate del nostro tempo — confortevoli, progressiste, democratiche — hanno prodotto, paradossalmente, una progressiva erosione della libertà. E questo nonostante le democrazie occidentali siano nate e si siano affermate proprio in nome della libertà: economica, civile, politica. Diritti conquistati con fatica, codificati e strenuamente difesi, anche oggi. Tuttavia, quelle società che avevano posto la libertà di pensiero e la libertà di coscienza a fondamento della convivenza civile sembrano oggi smarrire proprio quel fondamento. Secondo Marcuse, il tratto caratterizzante — e, a suo modo, più inquietante — della società tecnologica avanzata è la sua straordinaria capacità di integrare il conflitto. Cosa significa? Che ogni critica rivolta all’esistenza contemporanea, in particolare quando denuncia un eccesso di materialismo o di consumismo, non viene repressa apertamente, ma progressivamente assorbita. Il dissenso viene neutralizzato, trasformato in intrattenimento, in merce, in un bisogno appagabile. La critica viene inclusa nel sistema e resa innocua.

Dipinto cubista I dischi di Fernand Léger del 1918 con forme geometriche e cerchi colorati astratti.

Fernand Léger, Les Disques, 1918

Secondo Marcuse, il tratto caratterizzante — e, a suo modo, più inquietante — della società tecnologica avanzata è la sua straordinaria capacità di integrare il conflitto. Cosa significa? Che ogni critica rivolta all’esistenza contemporanea, in particolare quando denuncia un eccesso di materialismo o di consumismo, non viene repressa apertamente, ma progressivamente assorbita.

La razionalità tecnologica

A governare questa dinamica è quella che Marcuse chiama razionalità tecnologica: una razionalità di tipo strumentale, orientata all’efficienza, alla produttività, alla riproducibilità. Tutto ciò che non si lascia misurare, ottimizzare o rendere funzionale tende a essere marginalizzato, oppure assorbito nel sistema.

Se pensiamo al movimento ambientalista, il meccanismo appare con chiarezza: si compra la borraccia in acciaio, la t-shirt in cotone biologico, la “collezione sostenibile” di un brand famoso. Qualcosa di simile accade con la cultura del benessere: il disagio esistenziale, l’ansia, il senso di alienazione vengono intercettati e indirizzati verso soluzioni rassicuranti, come app di meditazione, percorsi nella natura, podcast o libri dei professionisti del settore. Il malessere esistenziale non viene interrogato nelle sue cause più strutturali e profonde.

Perfino le critiche più radicali — quelle che potrebbero mettere in discussione l’intero sistema — finiscono per diventare un contenuto fruibile e tranquillizzante, trasformandosi in oggetti di consumo di cui posso godere comodamente dal divano: un documentario su Netflix, una serie di post virali, un libro in classifica. In questo modo il conflitto viene integrato e trasformato, mentre si annulla o si attenua ogni forma di contraddizione capace di alimentare i dubbi e le domande di un pensiero critico nei confronti dell’esistenza. E sembra attenuarsi, o nascondersi, anche la domanda sul senso e sul significato di ciò che ci circonda.

Secondo questa prospettiva, il benessere materiale nel quale siamo immersi — e di cui abbiamo oggettivamente bisogno per raggiungere molti dei nostri scopi — si trasforma in uno strumento non solo per arginare e domare le nostre tensioni distruttive, ma anche per contenere, addomesticare e pacificare le nostre perplessità, le nostre inquietudini e le nostre indecisioni.

La distinzione tra bisogni veri e falsi

Marcuse introduce una distinzione fondamentale: quella tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni falsi sono quelli indotti dal sistema — il consumo, l’intrattenimento, il conformismo — e mantengono l’individuo integrato e produttivo senza che egli se ne accorga. I bisogni veri riguardano invece, oltre alle condizioni materiali dell’esistenza, la possibilità di pensare autonomamente, di scegliere, di dissentire. È proprio su questa capacità che la società tecnologica esercita la sua pressione più silenziosa.

Marcuse afferma che il tratto più evidente — e, a suo modo, paradossalmente confortante — della società tecnologica avanzata è la liberazione dal bisogno primario: quella necessità biologica, ineludibile, che per millenni ha dominato l’esistenza umana e ne ha orientato ogni energia. La macchina ha reso possibile questa liberazione. E la macchina, scrive Marcuse, non è un’entità esterna e autonoma: «il potere della macchina non è altro che il potere dell’uomo accumulato e proiettato». È l’uomo stesso, attraverso le sue capacità razionali e produttive, ad aver costruito lo strumento della propria emancipazione dalla fatica e dalla pura sopravvivenza. In questo senso il progetto era nobile: «nella misura in cui il mondo del lavoro è concepito come una macchina e meccanizzato di conseguenza, esso diventa la base potenziale di una nuova libertà per l’uomo».

Dipinto cubista I dischi di Fernand Léger del 1918 con forme geometriche e cerchi colorati"

Fernand Léger, Éléments mécaniques, 1922

E la macchina, scrive Marcuse, non è un’entità esterna e autonoma: «il potere della macchina non è altro che il potere dell’uomo accumulato e proiettato».

Tuttavia, liberati dalla tirannia del bisogno biologico, gli esseri umani non si sono trovati in uno spazio aperto di autodeterminazione. Si sono trovati immersi in un nuovo sistema di bisogni: non meno cogenti, ma di natura diversa. Bisogni che non nascono dalla biologia, ma dal contesto sociale, culturale e storico in cui viviamo. Bisogni che il sistema stesso contribuisce a generare e a rendere desiderabili, urgenti, quasi naturali. È qui che la distinzione prima delineata tra bisogni veri e bisogni falsi acquista tutto il suo peso: non si tratta semplicemente di distinguere il necessario dal superfluo in senso materiale, ma di chiedersi quali desideri siano autenticamente nostri e quali ci siano stati, silenziosamente, consegnati o indotti. I bisogni, in altre parole, diventano storici. Diventano culturali.

I bisogni falsi non sono semplicemente capricci o lussi superflui. Sono qualcosa di più sottile e pervasivo: esigenze che il contesto sociale, culturale ed economico induce, plasma e rende desiderabili, fino a farle apparire naturali, urgenti, persino necessarie. Marcuse fa esempi che colpiscono per la loro concretezza: il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi secondo i modi prescritti dalla società in cui viviamo. Sono esigenze che travalicano l’individuo, poste dall’esterno, sulle quali egli non esercita alcun controllo reale. La loro soddisfazione non lo appaga pienamente: produce, al massimo, un godimento effimero, una soddisfazione nella quale la persona non si riconosce mai del tutto.

Tra i bisogni veri, per Marcuse, non possiamo non inserire quelli elementari e ineludibili: cibo, vestiario, un’abitazione adeguata. Tutto ciò che riguarda la sopravvivenza e la dignità materiale dell’esistenza. Ma vi sono anche bisogni che travalicano la mera esistenza materiale e riguardano più precisamente le aspettative, le possibilità e le aspirazioni più autentiche della condizione umana. Forse, a questo livello, è persino improprio continuare a chiamarli bisogni, perché il termine introduce un’idea di passività e di necessità alla quale non ci si può sottrarre. Non bisogni o semplici adattamenti, dunque, ma capacità di autodeterminarsi e di scegliere quali esigenze siano più consone alla propria traiettoria esistenziale. Solo l’individuo singolo può assumersi la responsabilità di decidere il proprio cammino. Ed è solo in questo spazio che può delinearsi la capacità umana di decidere autonomamente cosa fare, senza che alcuna autorità esterna — né politica, né economica, né culturale — possa farlo al nostro posto.

Il problema è che questa capacità di giudizio è esattamente ciò che la società tecnologica avanzata tende a erodere. Un bisogno indotto è, per definizione, un bisogno manipolato: nasce già orientato, già incanalato, già adattato, prima ancora di essere pienamente sentito. E quando i bisogni ci vengono consegnati già confezionati, la facoltà critica di distinguere, valutare e scegliere si atrofizza. Non scompare di colpo, ma si assottiglia lentamente, impercettibilmente. È come se la soddisfazione dei bisogni primari e l’adesione incondizionata ad appelli esterni avessero finito per assopire, o frammentare, la capacità di porci domande decisive sul senso della vita che stiamo vivendo.

Per riflettere

Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.

(Fine Parte I)

Bibliografia:

Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi

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Libri per pensare: L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. (Parte II)

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