Libri per pensare: J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse. (Parte I)

La fatica di essere se stessi

Nel 1930, con La ribellione delle masse, Ortega y Gasset mette a fuoco un fenomeno che considera radicalmente nuovo: la moltitudine ha conquistato il pieno potere sociale, ma — osserva con preoccupazione — non possiede tutti gli strumenti necessari per condurre consapevolmente la propria esistenza né, tanto meno, per orientare il destino della collettività in cui è immersa.

Da questa incapacità di autogoverno nasce, secondo il filosofo, una crisi che investe l’intera Europa: un disordine che attraversa la sfera politica, intellettuale, morale e persino religiosa, fino a insinuarsi nei costumi più quotidiani, nel modo di vestire come in quello di divertirsi. È un rivolgimento complessivo, che non risparmia nessuna piega della vita individuale e collettiva e che segna l’emergere di una figura umana nuova.

Uno dei tratti più evidenti di questa trasformazione è ciò che Ortega descrive come la saturazione degli spazi, una sorta di «agglomerazione del pieno». Le città rigurgitano di presenze: le abitazioni, i mezzi di trasporto, i locali pubblici, le strade. “Trovare un posto” diventa un’esigenza costante e, fino a quel momento, inusuale. In ogni luogo la folla si è fatta visibile, dilagante, impossibile da ignorare.

Per Ortega si tratta di un fatto senza precedenti. Nei secoli passati gli individui vivevano perlopiù dispersi in nuclei ristretti, ai margini della scena pubblica, mentre l’accesso alla cultura e ai luoghi della decisione restava appannaggio di pochi. Ora, al contrario, la moltitudine avanza e occupa il centro della vita sociale.

Ma che cosa intende esattamente Ortega con il termine “massa”? Non una classe sociale, né un ceto determinato. La massa è, prima di tutto, un tipo umano: l’individuo indistinto, l’uomo comune che non avverte la necessità di differenziarsi dagli altri e che riconosce se stesso nella generale uniformità del proprio tempo. Non è dunque la posizione economica a definirlo, ma il modo in cui si rapporta alla propria esistenza.

È proprio a partire da questo punto che il pensiero di Ortega può diventare una lente attraverso cui osservare anche il nostro presente.

Se riportiamo infatti queste riflessioni alla nostra esperienza, possiamo chiederci se una parte di quella “massa” non abiti anche dentro di noi. Potremmo riconoscerla in quella zona della nostra vita che subisce un condizionamento sottile, fatto di aspirazioni, desideri e bisogni che condividiamo con moltissimi altri senza esserne sempre consapevoli e dai quali, forse, vorremmo almeno in parte affrancarci.

Nei nostri discorsi la parola “massa” sembra riguardare quasi sempre gli altri. Eppure il concetto ci coinvolge più profondamente di quanto siamo disposti ad ammettere, perché rimanda anche al nostro adeguamento silenzioso ai modelli del tempo in cui viviamo. Questo condizionamento emerge ogni volta che aderiamo passivamente a pensieri e stereotipi senza interrogarne le ragioni; ogni volta che assumiamo come nostri desideri che non abbiamo realmente esaminato; ogni volta, forse, che non rispondiamo a un richiamo interiore perché farlo comporterebbe il rischio di separarci da ciò che gli altri considerano normale.

Nell’analisi di Ortega, la massa rimanda innanzitutto alla moltitudine e alla perdita delle differenze individuali. L’uomo-massa si riconosce nel già dato, nelle opinioni correnti, nei criteri condivisi dal proprio ambiente. Non sente l’esigenza di sottoporre se stesso a una disciplina particolare né di chiedersi se la propria vita debba rispondere a un criterio più esigente.

Trasportata nel nostro presente, questa intuizione può assumere forme molto concrete. Possiamo riconoscerla, ad esempio, nell’adesione automatica a una serie di traguardi socialmente condivisi: una carriera solida, un guadagno sicuro, una determinata idea di successo, i viaggi, la casa, una certa rappresentazione della felicità. Non è naturalmente il desiderare queste cose a renderci parte della massa. Il problema nasce quando smettiamo di domandarci se ciò che desideriamo corrisponda realmente a noi oppure sia diventato desiderabile semplicemente perché tutti sembrano desiderarlo.

Moltitudine di volti mascherati in L'intrigo di James Ensor e il conformismo della massa.

James Ensor, The Intrigue, 1890

Che cosa separa, allora, la minoranza dalla massa?

Per Ortega non è una questione numerica, né l’affermazione di una superiorità sociale. La differenza risiede piuttosto nella presenza di un’esigenza rivolta verso se stessi. L’individuo che appartiene alla minoranza qualificata non si accontenta semplicemente di essere ciò che già è: si sottopone a una misura, a un ideale, a una responsabilità che lo obbligano a confrontarsi continuamente con se stesso.

Possiamo allora immaginare la minoranza come una condizione mobile e inquieta, attraversata da differenze, scarti e tensioni. Al suo interno il singolo conserva un proprio peso specifico. La massa, al contrario, tende a dilatarsi fino a coincidere con tutto ciò che appare normale, naturale, condiviso. Vive replicando modelli già disponibili e, proprio per questo, offre a chi vi appartiene una forma potente di rassicurazione.

È qui che la riflessione può spingersi oltre l’analisi storica di Ortega e toccare qualcosa di molto vicino alla nostra esperienza.

Essere simili agli altri rassicura.

Fare parte di un gruppo significa anche poter smettere, almeno in parte, di interrogarci. Significa trovare già disponibili criteri, soluzioni, aspirazioni e persino modi di interpretare ciò che ci accade. Se condividiamo con gli altri la stessa idea di successo, lo stesso tipo di desideri, le stesse paure, possiamo evitare di chiederci continuamente da dove provengano e se ci appartengano davvero.

La responsabilità, in qualche modo, si diluisce.

Avere una matrice comune ci permette di ricondurre entro un territorio conosciuto ciò che, affrontato individualmente, potrebbe apparirci incerto o difficile da comprendere. Se tutti vogliono la stessa carriera, lo stesso tipo di casa, la stessa forma di felicità, il nostro desiderio smette di essere qualcosa che dobbiamo interrogare: diventa ovvio, naturale, quasi indiscutibile, proprio perché condiviso.

Ma perché questo sollievo può diventare tanto potente da risultare preferibile alla fatica di pensarsi differenti?

Forse perché essere individui, nel senso più esigente suggerito dalla distinzione di Ortega, significa esporsi. Significa rispondere in prima persona di scelte che nessuno ha già validato per noi. Significa sostenere il peso di un giudizio che non può trovare continuamente conferma nel consenso della maggioranza.

La massa, da questo punto di vista, non è soltanto un luogo di appartenenza. È anche una potente spinta all’adeguamento. Ci solleva dal compito, spesso scomodo, di dover spiegare a noi stessi perché desideriamo ciò che desideriamo, perché temiamo ciò che temiamo, perché perseguiamo proprio quella particolare idea di vita.

E c’è qualcosa di profondamente comprensibile in questo. Nessuno desidera vivere costantemente in allerta, mettere ogni giorno in discussione le proprie certezze o portare da solo il peso di un’esistenza che non trova conferma altrove. Il conformismo potrebbe allora non nascere soltanto dalla pigrizia o dalla mancanza di coraggio. Potrebbe essere anche, almeno in parte, una forma elementare di autoconservazione psichica: il tentativo di proteggerci dall’incertezza che inevitabilmente accompagna il compito di diventare individui.

Ma proprio qui emerge il rischio.

Nel momento in cui il bisogno di rassicurazione diventa troppo forte, possiamo smettere di porci una domanda che dovrebbe invece rimanere aperta per tutta la vita: ciò che desidero, penso e scelgo mi appartiene davvero?

E, più radicalmente: chi sono io, quando smetto di definirmi attraverso ciò che vogliono, pensano e approvano gli altri?

Per riflettere

Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.

(Parte I)

Bibliografia:

Jose Ortega Y Gasset, La ribellione delle masse, Se Edizioni

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