Filosofia e vita quotidiana: Seneca e la brevità della vita (prima parte)
Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto
C’è un processo lento, quasi impercettibile, che accompagna le nostre giornate senza che ce ne accorgiamo davvero: il tempo che passa e che, quasi deliberatamente, lasciamo passare. Non per negligenza, non per pigrizia, ma perché siamo continuamente trascinati dal flusso degli eventi, dalle richieste del mondo esterno, dalle piccole e grandi urgenze che si accumulano giorno dopo giorno.
In questo movimento incessante, qualcosa rimane sempre in sospeso: la nostra voce interiore. Quel rapporto silenzioso con noi stessi che richiede attenzione costante, cura, presenza. Quel senso profondo dell’esistere su cui, senza quasi accorgercene, poggia l’intera nostra vita.
Che cosa ci manca, realmente? Ci manca il tempo della riflessione.
La diagnosi di Seneca: il tempo che lasciamo passare
Seneca, con la lucidità che appartiene ai grandi filosofi, aveva riconosciuto con precisione questa condizione già duemila anni fa, in un’epoca che pure sembrava lontana dalla frenesia contemporanea. La sua diagnosi, contenuta nel De brevitate vitae, (un’opera ancora attuale e da leggere) è rimasta intatta nel tempo: non è il tempo a mancarci; siamo noi a esserne cattivi custodi. «Non abbiamo poco tempo», scriveva, «ne abbiamo perduto molto».
È una riflessione che non invita alla rinuncia o al ritiro dal mondo, ma a qualcosa di più difficile e necessario: imparare a distinguere ciò che vale davvero da ciò che semplicemente occupa le nostre ore. Il nostro è spesso un tempo impegnato e indaffarato, che sottrae spazio a noi stessi: è il tempo delle occupazioni, dei progetti, delle passioni momentanee e dei piaceri che non lasciano spazio a momenti realmente autentici.
“Vivete come destinati a vivere sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso a quanto tempo è già trascorso: continuate a perderne come da una provvista colma e copiosa…”
Hilma af Klint - The Ten Largest No. 8 - Adulthood - 1907
Il nostro è spesso un tempo impegnato e indaffarato, che sottrae spazio a noi stessi: è il tempo delle occupazioni, dei progetti, delle passioni momentanee e dei piaceri che non lasciano spazio a momenti realmente autentici.
Gli affaccendati
Seneca aveva un nome preciso per chi vive in questo modo: gli affaccendati, coloro che sembrano pieni di vita ma che in realtà hanno smarrito il rapporto con il proprio tempo. Uomini e donne perennemente in movimento, sempre proiettati verso qualcosa da fare, da raggiungere, da risolvere. A prima vista sembrerebbero i più vivi, i più presenti al mondo. Eppure Seneca capovolge questa prospettiva: proprio perché sempre occupati, gli affaccendati non vivono davvero.
Il loro tempo è un tempo consumato, bruciato, sottratto alla lente scrupolosa del pensiero. Un tempo agito senza vera consapevolezza, che scorre senza lasciare traccia. Non è un tempo vissuto: è un tempo subìto, e dunque vuoto, inconsistente, vano.
Il bene più prezioso
Qui Seneca introduce una delle sue intuizioni più potenti: il tempo è il bene più prezioso che possediamo, più del denaro, più del potere, più di qualsiasi altro bene materiale. Eppure è anche il solo bene che disperdiamo senza accorgercene, spesso senza nemmeno riconoscerne il valore. Lo cediamo agli altri con disinvoltura, lo lasciamo consumare dalle urgenze, lo sacrifichiamo a ciò che è immediato, a scapito di ciò che è essenziale.
Gli affaccendati, dunque, non sono padroni del loro tempo: ne sono prigionieri. Impigliati in una rete di incombenze quotidiane, trascinati da un impegno all’altro, non vivono realmente, ma subiscono la vita.
L’esistenza diventa così un processo silenzioso e inafferrabile, mentre gli affaccendati guardano sempre altrove: verso un futuro incerto, verso un “quando avrò finito”, verso un domani che promette sempre ciò che l’oggi non riesce a dare. E così la vita scorre. Scorre e precipita, senza che essi se ne accorgano davvero.
Un tempo senza spessore
Il tempo che ha perso il suo valore è un tempo sottratto alla riflessione. Ha perso spessore, densità, qualità. Si può dunque attraversare un’intera esistenza restando, in fondo, assenti a sé stessi.
Quali sono, allora, le parole capaci di esprimere questo indebolimento, questo assottigliarsi del tempo esistenziale? Come nominare un tempo disperso, dissolto nella voragine di un’eternità che non appartiene a nessuno? Un tempo che avanza e ci consuma mentre noi siamo sempre altrove: occupati, distratti, affaccendati.
Con quali termini possiamo descrivere lo scorrere silenzioso di un tempo che non si vede, ma che lascia tracce ben visibili sul corpo, nei volti, nella vita che cambia senza che ce ne accorgiamo? Ed è proprio qui che Seneca pone la sua domanda più tagliente: che cos’è, dunque, il tempo per chi vive continuamente affaccendato?
Il tempo degli occupati è un tempo frammentato, sottratto alla dimensione interiore in nome di urgenze che, alla fine, non appartengono davvero a nessuno.
Trovare le parole
All’interno di un dialogo filosofico dobbiamo allora imparare a trovare parole capaci di nominare questo tempo disperso: un tempo che scivola e si trasforma, che si perde nel rumore delle giornate, che si annulla nella voragine di un presente anonimo, intercambiabile, sempre uguale.
Ma perché è così importante trovare le parole giuste e soffermarsi su di esse? Perché la parola, una volta espressa, assume quasi una sua autonomia: porta alla luce ciò che prima restava confuso, rivela il peso specifico delle cose, illumina un possibile significato esistenziale là dove, prima, avvertivamo soltanto un disagio indistinto.
Trovare le parole significa allora rendere visibile la trama del tempo vissuto: riconoscere ciò che è stato, comprendere ciò che stiamo attraversando, intuire ciò che ancora può aprirsi davanti a noi.
Fine della prima parte