Libri per pensare: L’insostenibile leggerezza dell’essere di M. Kundera
La letteratura come indagine sull’io
Secondo Milan Kundera, “tutti i romanzi di tutti i tempi indagano l’enigma dell’io”. È una dichiarazione che contiene qualcosa di più di una semplice osservazione letteraria. Kundera ci sta dicendo che i romanzi non raccontano semplicemente storie di persone, ma che ogni grande narrazione è un serio tentativo di rispondere a una domanda che non smette di sollecitare il nostro pensiero: chi è, davvero, questo essere che chiamo “io”?
Il codice esistenziale
Ogni personaggio che incontriamo tra le pagine dei suoi romanzi è costruito attorno a un nucleo preciso: un insieme di parole, credenze, valori e timori che ne definiscono la struttura interiore e ne determinano le scelte. Kundera chiama questo nucleo “codice esistenziale”: una sorta di grammatica segreta che rende un personaggio riconoscibile e unico, che lo distingue da tutti gli altri e ne illumina il modo peculiare di stare al mondo. Tuttavia, se ci riflettiamo, questo codice esistenziale non appartiene soltanto ai personaggi di finzione. Ognuno di noi, se si ferma ad ascoltarsi, può provare a individuare le parole attorno alle quali è costruita la propria esistenza. Quali sono i temi che ritornano sempre? Quali le domande che alimentano i nostri pensieri? Quali i valori che, anche senza essere mai stati dichiarati apertamente, orientano le nostre scelte più decisive? Trovare queste parole — o anche solo cercarle — è già un atto di conoscenza di sé.
Leggerezza e pesantezza: un contrasto che ci riguarda
Il tema centrale del libro — quello che ne attraversa ogni pagina e risuona già nel titolo — è il contrasto tra leggerezza e pesantezza. Per introdurre questo dualismo, l’autore ricorre a Nietzsche e al mito dell’eterno ritorno dell’uguale. L’idea è tanto semplice quanto perturbante: tutto ciò che accade è destinato a ripetersi all’infinito, esattamente com’è stato, senza variazioni e senza scampo. Ogni scelta, ogni dolore, ogni gioia torneranno identici a se stessi, in un ciclo continuo che non conosce fine. È da questa immagine che nasce la pesantezza: l’idea di un’esistenza determinata, che segue un percorso irrevocabile e che si ripete sempre uguale, senza possibilità di cambiamento. La leggerezza, al contrario, nasce dalla rottura di questo circolo. Se nulla ritorna, se ogni istante accade una volta sola e poi svanisce, allora la vita diventa una sequenza di momenti unici e irripetibili, ciascuno prezioso proprio perché fugace. Ciò che accade una sola volta è leggero: è libero dal peso della ripetizione, sottratto alla costrizione del destino. Ma questa stessa leggerezza porta con sé qualcosa di inevitabile: è ciò che non ritorna e non lascia traccia. E ciò che non lascia traccia rischia dunque di non contare nulla.
J.M.W. Turner, Approach to Venice, 1844
Nietzsche e il mito dell’eterno ritorno
Come possiamo interpretare, allora, questo mito? È forse un tentativo di redimere l’esistenza, attribuendo un senso a ciò che non è destinato a durare? Può offrire una risposta all’angoscia del nulla, conferendo significato a un’esistenza destinata inevitabilmente a sfiorire e a scomparire nell’oscurità? Il mito sembra alludere a questa possibilità: sfuggire all’insignificanza della vita, conferendo un senso anche a ciò che è brutalmente inscritto nel circolo continuo del divenire. Se tutto ritorna — se ogni istante, ogni scelta, ogni sofferenza è destinata a ripresentarsi all’infinito — allora nulla è davvero perduto. L’esistenza acquista un peso, una necessità, una forma di eternità che la sottrae al pericolo dell’oblio. Anche ciò che è brutalmente inscritto nel circolo continuo del divenire, anche ciò che fa male e che vorremmo dimenticare, diventa in qualche modo necessario, parte di un disegno che non si cancella. Tuttavia, se riportiamo questo contrasto all’interno della nostra quotidianità, ci accorgiamo che ogni esperienza reca il contrassegno dell’irripetibilità. Nello spazio dell’esistenza, tutto ciò che viviamo accade sempre una volta sola. Di conseguenza, l’istante acquista un valore inestimabile proprio per la sua unicità. Non si ripete. Ecco perché, nello spazio della nostra vita, la leggerezza è il contrassegno dell’inesperienza e della fragilità.
La fragilità delle scelte
Ma in quale momento della nostra vita emerge con più forza la nostra inesperienza? Se ci fermiamo a riflettere, la risposta è quasi sempre la stessa: nelle scelte. Ogni decisione ci conduce in un territorio sconosciuto e implica conseguenze talvolta irreversibili. E poiché non possiamo conoscere in anticipo gli esiti delle nostre azioni, le nostre scelte sono inevitabilmente segnate dalla fragilità. Siamo esseri che vivono nel tempo, proiettati ed esposti a un futuro strutturalmente aperto. Anche quando sono ponderate, le nostre decisioni risentono di questa incertezza fondamentale, costitutiva dell’esistenza umana. Possiamo interrogarci instancabilmente sul senso delle nostre scelte: decisioni che hanno determinato traiettorie e percorsi di vita, talvolta sbagliati, e che possono averci tragicamente allontanati da noi stessi.
Il caso e le coincidenze: non siamo sempre i protagonisti della nostra storia
C’è un’altra suggestione che il romanzo introduce e che si intreccia profondamente con il tema della scelta: il ruolo del caso e delle coincidenze. La vita, per quanto ci sforziamo di pianificarla e di darle una direzione, è attraversata da eventi che, talvolta, non abbiamo consapevolmente scelto o che non avremmo potuto prevedere. Non siamo sempre i protagonisti consapevoli della nostra storia. Solo più tardi — magari a distanza di anni, guardando indietro — riusciamo a cogliere con maggiore lucidità il peso di certi snodi, di certe svolte che ci hanno, in qualche modo, allontanato da noi stessi più di quanto fossimo disposti a riconoscere.
P. Gauguin, La vague, 1888
Possiamo interrogarci instancabilmente sul senso delle nostre scelte: decisioni che hanno determinato traiettorie e percorsi di vita, talvolta sbagliati, e che possono averci tragicamente allontanati da noi stessi.
Per riflettere
Interrogarsi sul senso delle proprie scelte è un esercizio di comprensione e di recupero di sé. Paradossalmente, è anche una forma di liberazione. Su questo punto, un altro grande scrittore contemporaneo, Javier Marías, ci ricorda che siamo anche ciò che non abbiamo realizzato. Non soltanto le scelte compiute, i traguardi raggiunti, le strade effettivamente percorse, ma anche i sogni infranti, i desideri rimasti sospesi, i progetti che si sono interrotti bruscamente prima di prendere forma.
Tutto questo ci appartiene, anche se spesso non lo riconosciamo come parte di noi. Siamo anche l’ombra di noi stessi. Portiamo dentro di noi le stratificazioni di ciò che non è stato — e spesso non ce ne accorgiamo, perché la vita quotidiana tende ad appiattire tutto, a ricondurre l’esistenza a forme rassicuranti e prevedibili che lasciano poco spazio a questa complessità sommersa. Recuperare questo spessore — darle ascolto invece di ignorarlo — è forse uno degli atti di conoscenza di sé più profondi che possiamo compiere.
Se questo articolo ha sollevato domande che desideri approfondire, il counseling filosofico offre uno spazio di dialogo in cui farlo: non per trovare risposte preconfezionate, ma per vivere con le domande giuste.
Bibliografia:
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi.
Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi.
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi.
Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi (con particolare riferimento all'Epilogo: “Quello che succede e quello che non succede”).